Luigia Achillea Stella - Romanità di Marco Aurelio nei colloqui con se stesso in lingua greca

10,00 €
Tasse incluse Spedito il giorno successivo all'ordine
Quantità

  • Security policy (edit with Customer reassurance module) Security policy (edit with Customer reassurance module)
  • Delivery policy (edit with Customer reassurance module) Delivery policy (edit with Customer reassurance module)
  • Return policy (edit with Customer reassurance module) Return policy (edit with Customer reassurance module)

Marco Aurelio imperatore ha avuto di fronte alla storia un singolare destino. Dal Campidoglio, domina ancora il suo mirabile monumento equestre, il solo dell'antica Roma che non sia stato abbattuto nell'incalzare dei secoli; in una delle piazze più affollate, il movimento febbrile dell'Urbe passa oggi intorno alla colonna eretta a celebrare le sue vittoriose imprese di guerra.

Ma di quelle imprese, in cui si era detto non senza iperbole che Marco Aurelio aveva superato i più grandi imperatori, è andata quasi del tutto perduta la storia; nè sugli scarni accenni dei compilatori tardi gli storici moderni dell'impero hanno potuto rivendicare gli allori del grande capitano all'imperatore che la posterità ha classificato «filosofo».

Come il bronzo del suo monumento e il marmo della sua colonna, il libro delle parole segrete che egli scriveva per sè solo: «a se stesso» - pensieri, rimpianti, propositi, consisigli - ha durato nei secoli. Ma gli storici della letteratura latina lasciano da parte i Colloqui con se stesso perchè sono scritti in greco; gli storici della filosofia antica pongono l'autore fra gli epigoni del nuovo stoicismo, e ne fanno un seguace abbastanza fedele e non molto originale di Epitteto. Anche i più entusiasti ammiratori di Marco Aurelio, a cominciare dal Renan esaltano nella sua opera il tardo frutto maturo della morale stoica, che aveva avuto radici in Ellade. Nessuno, io credo, ha ricercato quanto di originalmente romano racchiudano sotto la veste ellenica i Colloqui; nè ha valutato abbastanza l'immenso privilegio di ascoltare in essi, non corrotta nè svisata da alcun interprete, la parola diretta di un imperatore di Roma.

Questo mio studio è nato dal desiderio di indagare, nei «pensieri» scritti in greco da un grande romano del II secolo che cosa sopravviva della concezione politica ed etica, della realtà di Roma imperiale; è maturato nel ricercare, fra le pagine austere ed amare di quella spietata analisi introspettiva, allusioni, confessioni, accenti che riflettano non l'educazione filosofica del discepolo degli stoici, ma la vigorosa personalità dell'imperatore, come lo figurano i monumenti e come l'ha eternato la storia.

Se Marco Aurelio fosse stato semplicemente un retore, come il suo maestro Frontone, allora i Colloqui sarebbero soltanto un'esercitazione letteraria, conforme ai gusti e alla moda del tempo, che inclinava alla filosofia; se fosse stato un filosofo, nel senso pieno e moderno della parola, allora la sua opera porterebbe i segni della profonda tragedia spirituale che un illustre ellenista ha creduto di scorgervi: uno spirito contemplativo e teoretico, sbalzato dal destino sul trono dei Cesari.

chat Commenti (0)
Ancora nessuna recensione da parte degli utenti.