Pietro Cappellari - Il fascismo ad Anzio e Nettuno 1919-1939

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Del ventennio più importante – per opere, per sviluppo, per novità, per eventi – della storia di Anzio e Nettuno rimangono pochi documenti e ancor meno memoria collettiva. Invano il ricercatore interpellerà gli anziani di questi paesi – ormai divenuti moderne città – alla scoperta di un passato cancellato dai più. Ora che gli anni hanno inghiottito anche gli ultimi testimoni di quella storia, rimane solo un deserto culturale costellato da oasi di menzogne.

Gli archivi rimangono “inaccessibili” ai più e la pigrizia culturale di un popolo che sta smarrendo la propria identità rischia di lasciare nell’oblio esperienze invero straordinarie.

Lo scopo di questa ricerca che presentiamo – seppur con le sue lacune – è quello di riappropriarci di un “passato che non passa”, riscoprire quelle radici che una “modernità fatta di vuoto” ha voluto strappare dall’anima di comunità secolari. Ma “le radici profonde non gelano”, diceva Tolkien e noi ne siamo convinti. Abbiamo, quindi, scavato negli archivi e nella sempre più rada memoria collettiva delle comunità di Anzio e Nettuno alla ricerca del nostro “Graal”, quello scrigno perduto che conteneva il vissuto di un secolo ormai tramontato, ma che trasudava di passioni, di sogni, di realizzazioni concrete. Un secolo in cui affondano le nostre radici.

Sebbene molto si è perduto, sorprese non sono mancate. È stato possibile, per la prima volta, ricostruire la nascita del fascismo ad Anzio e Nettuno e il suo sviluppo; far luce su personaggi “mitici” che la tradizione orale tramandava, ma dei quali, in realtà, nulla si sapeva. Ma non solo. Abbiamo anche potuto fare una carrellata sulla vita quotidiana di quegli anni, riscoprendo spaccati popolari di paesi che sorgevano allora sulla scena internazionale dopo il “letargo” ottocentesco. Le prime grandi opere, la trasformazione urbanistica, la nascita delle attuali Anzio e Nettuno.

Abbiamo riscoperto anche i sapori di quel tempo perduto, fatto di semplicità e profonde convinzioni, dove il vivere civile era il retaggio che un’intera comunità si tramandava di generazione in generazione. Dove la religione cattolica apostolica romana scandiva la vita delle comunità, affiancata – dopo la costituzione del Regime – da un’altra religione, quella politica di uno Stato etico che plasmava il paesaggio come gli uomini, nella visione risorgimentale dell’“Italiano nuovo”, degno erede del suo millenario passato, in grado di esercitare un “primato” e una “missione” nel mondo. In un’Italia povera come quella degli anni ’20, tutto ciò sembrò un vero e proprio miracolo.

Valori di un tempo perduto si dirà, ma che certamente plasmarono il cittadino di quell’Italia così profondamente diversa da quella attuale.

Abbiamo seguito i nettunesi e portodanzesi sui campi dei battaglia di Abissinia, come in Ispagna, dove quei valori si concretizzarono in supremi atti di eroismo e di sacrificio personale oggi dimenticati, ma che danno bene la dimensione dell’impatto del Regime sul vivere quotidiano come sulla trasformazione degli individui che si elevavano allora a Nazione cosciente di un “primato” e di una “missione”.

È stato, per la prima volta, possibile analizzare nello specifico anche il fenomeno antifascista – scarso e marginale in dei paesi in cui l’adesione al Regime era pressoché totalitaria – ma che pure ebbe i suoi “alfieri ideali” e spunti interessanti, come il tentativo di ricostituzione del Partito Comunista d’Italia del 1931.

Tutte queste storie – frammenti di una storia più grande – confluiscono ora in questo volume che fa luce su un passato così recente nel tempo, quanto lontano nello spirito. Un “passato che non passa” abbiamo detto. Ed è effettivamente così. Perché lì sono le nostre radici. Perché ogni comunità che vuole costruire il proprio domani deve sapere da dove viene e nel rispetto delle sue tradizioni proiettarsi in un futuro dove i valori spirituali non sono transeunti, ma eterni.

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